Tanto per cambiare sono in ritardo.
Il rito mattutino della vignetta ad amici, colleghi e clienti diventa ogni giorno più impegnativo. È un bel momento, che almeno io vivo con molto piacere, così come mi piacciono molto le due chiacchiere o i saluti con cui iniziamo la giornata: é bello sapere che ci siamo, un buongiorno o un emoticon e la giornata si riempie di presenze confortanti.
La realtà virtuale non é meno reale della vita vera, amplifica solo il segnale, ma gli individui sono e rimangono sempre quello che sono: ci sono persone educate, sensibili, spiritose, aggressive, arroganti, presuntuose, pavide, spaventate, insicure. Il più il web ha un’enorme vantaggio: con un’emoticon, un saluto, una vignetta ti fa sapere che ci sono, sono qui e se hai bisogno di me eccomi, ma mi permette di incastrarti in una giornata frenetica, in cui non avrei proprio il tempo di chiamarti e fare due parole di persona. Però ci sono, non mi sono dimenticata di te, non sono sparita dalla tua vita: se tu hai bisogno o se io ho bisogno di te siamo entrambi legati da questo momento speciale che ci ricorda la nostra presenza reciproca.
Intanto, però, sono in ritardo ed é meglio che mi sbrighi.
Anche l’idea di attivare un servizio di whats.App della farmacia si é rivelato vincente. Peccato che si sia sovrapposto al normale telefono, per cui adesso abbiamo due telefoni che squillano continuamente e la poveretta che avevo destinato alla gestione di questo servizio si trova a giostrarsi continuamente fra l’uno e l’altro con crisi relative nonché momenti di grande confusione e puro sconforto.
E delle comunicazioni fra noi ne vogliamo parlare? Tutte le mattine che Dio manda in terra partiamo armate delle migliori intenzioni: tutti devono sapere tutto,messaggi, post it, poco ci manca che attiviamo un araldo per avvertire di quanti sospiri emettiamo al minuto. Poi, non si sa come, la giornata ci travolge, impegni pressioni scadenze ci trascinano in un vortice nel quale ci dimentichiamo anche di respirare. Non é colpa di nessuno, o forse è solo colpa mia che non riesco ad imporre un ritmo accettabile al lavoro di tutte, non sono capace di rallentare l’effetto domino con il quale la pressione su di una finisce per diventare un buco nero per tutte.
Ogni giorno ricomincia la sfida e ogni giorno qualche incidente frena la nostra corsa verso un vero progresso. Stai provando a confortare una signora il cui marito si è improvvisamente aggravato e senti la collega che deve calmare un cliente che protesta perché il corriere che deve consegnare il suo integratore é in ritardo per la nebbia; stai aspettando che un medico ti invii la ricetta di un antibiotico e devi far fronte alle rivendicazioni di un avvocato che sostiene che siccome ha sempre la ricetta, questa volta potrebbe anche esserne esentato, che lui ha fretta e non può aspettare, e fa la voce grossa con la più giovane di noi cercando di intimorirla; dai fondo a tutta la tua eloquenza per convincere una ragazzina a parlare con il medico del suo problema e ti senti obiettare che l’ultima volta che c’è stata si è sentita rispondere di cambiare farmacia perché per un banale collirio cortisonico non era il caso di scomodare proprio lui.
Che dire? È il nostro lavoro, é la vita.
Mentre sto per cedere allo sconforto mi consegnano una stella di Natale gigantesca. L’accompagna un semplice biglietto di ringraziamento senza firma.
Sul cellulare ho cinque messaggi che mi aspettano. Quattro sono buffi pupazzetti di colleghi nelle stesse condizioni che mi invitano a tenere duro. Nel quinto, un paziente mi comunica che finalmente la terapia che gli abbiamo allestito comincia a funzionare: sono andato a ritirare le analisi, emoglobina glicata nella norma, dottoressa, é la prima volta, anche il medico mi ha chiesto che cosa é successo. Gli ho detto che i miei farmaci me li sistemate voi e adesso non mi dimentico più e li prendo bene. Sono già pronti quelli per il mese prossimo? Passerei fra dieci minuti a ritirarli…….
Tutte pronte per una nuova magia?
[…] La settimana si avvia alla conclusione, la maggior parte dei lavori sono finiti, abbiamo portato a termine quasi tutti gli impegni. E poi é il giorno delle brioche, della colazione consumata insieme, del nostro piccolo privatissimo rito con cui suggelliamo il patto reciproco di collaborazione e assistenza. Per noi é un momento importante: é un gioco, una pausa, una festa, una trasgressione che ha il sapore della forza con cui siamo una squadra. Non sono brioche qualunque: la pasticceria é stata selezionata molto accuratamente, per mesi abbiamo testato tutte quelle esistenti nel raggio di almeno quindici chilometri dalla farmacia, confrontato i vari tipi di sfoglia, la consistenza delle creme, la ricchezza dell’offerta in rapporto alla qualità, l’efficienza del servizio. Siamo anche molto esigenti: abbiamo discusso per settimane se é più gradevole una crema con aroma di mandorle o una con sentore di scorza di limone, quella al pistacchio sarebbe buonissima, ma é un po’ liquida, non va bene. Non parliamo poi della delicatezza della pasta sfoglia rispetto alla fragrante consistenza della pasta frolla: qui si é acceso un dibattito al limite della questione di stato. Una é più friabile, ma l’altra é più croccante; una più saporita, ma l’altra esalta meglio il sapore del ripieno. Pochi argomenti coinvolgono tutti come quello del cibo e dell’arte culinalinaria: a chiacchiere siamo tutti chef o maestri pasticceri, tutti indistintamente sovranamente esperti di cucina e critici gastronomici. Ognuno ha un’opinione ben definita, un’idea precisa di come dev’essere il piatto perfetto, che cosa ci vuole o non ci vuole per l’eccellenza, gli apporti familiari o i diktat della tradizione: qui si scontrano le regioni, nord contro sud; le nazioni, Italia e Romania; interi continenti, Europa vs America. L’unica, vera, integrazione possibile avviene in cucina: se raggiungi un accordo sulla misura delle zucchine o sulla forma di una pasta ripiena il più é fatto. Tutti gli altri sono solo piccoli ostacoli facilmente superabili. Ricordo le discussioni infinite fra mio padre e mia madre davanti ai fornelli: mio padre, dottissimo teorico, massimo esperto di cibo e di arte culinaria, sapeva di tutto e di più su qualunque alimento e su qualunque ricetta, impartiva istruzioni, spiegava, dettava le regole. Mia madre, cuoca eccelsa, la vera artista di casa, faceva quello che voleva, senza curarsi minimamente di null’altro che non fosse ciò che gli ispirava l’alimento in sé. “È inutile che mi dici che cosa vuoi che faccia: non sono io che posso decidere, in ogni pezzo di carne é già insito il suo giusto destino. Hai presente Michelangelo con i blocchi di marmo: per un cuoco é la stessa cosa”. Mio padre, che il temperamento artistico non sapeva neppure dove stesse di casa, si inalberava e, metà offeso e metà deluso, iniziava a contestare per principio tutto quello che faceva mia madre fino a zittirsi beato quando assaggiava il risultato di tanto lavoro. Addento la mia brioche con sommo piacere, un po’ di zucchero a velo sul naso e uno sbaffo di crema su una guancia: mi chiamano, mi giro e a sorpresa mi fanno una foto. Tutte soddisfatte mi fanno vedere l’immagine rubata nella quale, come al solito, faccio una pessima figura: sembro un’invasata, infantile, scomposta, sciroccata megera che non mangia da mesi. La scarsissima fotogenia e la modestia dell’apparecchio fotografico non aiutano. Pazienza. Ridiamo tutte, divertite, ed é proprio bello riuscire a ritagliarsi dei momenti così, la giornata diventa più lieve e le difficoltà sembrano quasi sparire. “Qui si fa sempre festa: ma a lavorare ci pensate mai? Già, é vero, é venerdì: va bene, oggi é concesso, erano buone le brioche?” Buonissime, veramente speciali 2017 Giovedì mattina […]
[…] 2017 Giovedì mattina […]
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