L’importanza della prevenzione per combattere l’ictus cerebrale

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Numerose sono le iniziative dedicate alla prevenzione dell’ictus, dal National Stroke Awareness Month statunitense, alla Campagna di Prevenzione Ictus celebrata ogni anno in Italia, alla Giornata Mondiale del Cervello, promossa annualmente dalla World Federation of Neurology (WFN), ONG affiliata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si tratta di occasioni per sensibilizzare la popolazione sulle problematiche relative alla salute del cervello. Per il 2017, il protagonista è l’ictus cerebrale con lo slogan “l’ictus è un attacco cerebrale! Preveniamolo e curiamolo!”. Una condizione – definita dal Presidente della WFN Raad Shakir “l’epidemia del 21esimo secolo” – che rappresenta circa il 12% di tutte le cause di morte a livello globalecolpisce, infatti, oltre 15 milioni di persone l’anno nel mondo, provocando 6,7 milioni di decessi.

Tra le persone che, ogni anno, sopravvivono a un ictus, 5 milioni presentano gravi forme di invalidità, come paralisi, perdita della parola o della vista. Situazioni che limitano o rendono impossibili le più comuni attività quotidiane, con importanti ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti stessi e dei loro familiari.

 

La sensibilizzazione assume, quindi, il valore di ricordare a tutti l’importanza della prevenzione per combattere alcuni tra i principali fattori di rischio, come ipertensione, obesità, ipercolesterolemia, ma anche malattie cardiache tra cui la fibrillazione atriale (FA), anomalia del ritmo cardiaco, che può creare la formazione di coaguli all’interno del cuore e responsabile di circa il 15% di tutti gli ictus trombo-embolici.

In Italia la fibrillazione atriale colpisce circa 1 milione di persone e si associa ad un rischio globale di incorrere in un ictus cerebrale 5 volte maggiore rispetto alla popolazione che non soffre di questa patologia. Rischio che aumenta in modo esponenziale con il progredire dell’età. Dei 200 mila casi di ictus mediamente stimati ogni anno in Italia, 30-36 mila sarebbero imputabili alla fibrillazione atriale.

Questa patologia è, dunque, una condizione molto diffusa, soprattutto nella popolazione anziana, e in continua crescita nella popolazione generale grazie all’aumento dell’aspettativa di vita; la fibrillazione atriale richiede, tra l’altro, frequenti accessi presso le strutture ospedaliere, e solleva temi legati alla sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale.

 

Recenti dati dello Studio Europeo Euro Heart Survey hanno permesso di stimare l’impatto economico della fibrillazione atriale in 5 Paesi europei, tra cui l’Italia, da cui risulta che il costo medio annuo per ogni paziente, nel nostro Paese, è pari a oltre 3.000 euro, dove le ospedalizzazioni e le procedure interventistiche, influiscono per il 70%.

 

Il costo complessivo della patologia, tuttavia, è influenzato anche dalla gestione cronica dei pazienti, in particolare dall’impiego e dal monitoraggio della terapia anticoagulante orale e dalla profilassi farmacologica delle recidive.

Per esercitare misure preventive adeguate nei pazienti affetti da fibrillazione atriale, infatti, l’elemento cruciale è rappresentato dall’utilizzo di un efficace regime terapeutico, attraverso una terapia anticoagulante orale. Tuttavia, in Italia si registra un sottotrattamento dei pazienti affetti da fibrillazione atriale, dovuto principalmente ai limiti della profilassi farmacologica finora utilizzata (antagonisti della vitamina K): questa infatti è una terapia complessa che presenta alcune difficoltà di gestione, come la necessità di frequenti controlli ematici per l’aggiustamento del dosaggio a causa dell’alta variabilità di risposta inter-individuale e temporale.

 

Oggi la novità terapeutica è costituita dai Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO), ossia molecole di sintesi che inibiscono selettivamente un singolo fattore della coagulazione, entrati nella pratica clinica già da alcuni anniin grado di andare incontro alle esigenze di medici e pazienti. I NAO non richiedono controlli ematici costanti, poche le probabilità di interazione (Mark J Alberts Lancet Neurol 2012; 11: 1066–81) con alimenti e altri farmaci, sono somministrati a dosaggio fisso e presentano un ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale (Ruff CT. et al. Lancet 2014; 383:955-962).

Caratteristiche che hanno permesso a questi farmaci di assumere un ruolo strategico nella prevenzione di eventi tromboembolici, dimostrando, inoltre, un buon rapporto costo/efficacia. I risultati di diversi studi dimostrano, infatti, che l’introduzione dei NAO comporterebbe una riduzione dei costi totali del Sistema Sanitario sia nazionale che regionale.

 

Nel nostro Paese, si è detto, siamo di fronte a un sottotrattamento dei pazienti con fibrillazione atriale: circa il 50% di essi – soprattutto anziani – con indicazione all’anticoagulazione non riceve alcuna cura specifica.

A causa, quindi, dei limiti oggettivi clinici e gestionali, il numero dei pazienti con maggior bisogno clinico non soddisfatto in questa patologia è ancora elevato. Il trattamento di questi pazienti con un NAO consentirebbe una più efficace prevenzione degli ictus, quantificabile in circa 11.000 casi evitabili all’anno, che corrisponderebbero a un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale di circa 230 milioni di euro per anno1

 

Si stima, infatti, che il costo medio annuo per paziente colpito da ictus a carico del SSN sia di circa 20.000 euro, mentre i costi medi annui per paziente a carico della famiglia, (assistenza, riabilitazione, farmaci, analisi, visite, ecc.) e della collettività (mancato reddito da lavoro del paziente e del caregiver) corrispondano a circa 30.000 euro1.

 

Per valutare il reale impatto dell’introduzione di questa nuova categoria di farmaci nella pratica clinica è stata realizzata nel 2013 dal Centro di Ricerca in Valutazione delle Tecnologie Sanitarie, Istituto di Sanità Pubblica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, una valutazione Health Technology Assessment nei confronti di uno dei Nuovi Anticoagulanti Orali, il rivaroxaban1.

 

All’interno del Report sono presenti analisi farmacoeconomiche condotte allo scopo di valutare quanto e come l’ingresso della molecola all’interno del contesto nazionale e regionale influisca sul numero di eventi, complicanze e costi. I risultati delle analisi dimostrano, nell’arco temporale di tre anni, come l’introduzione di rivaroxaban, con quote di mercato incrementali (dall’8% nel primo anno, fino al 30% nel terzo anno) consenta di ridurre gli eventi di ictus, embolia sistemica e infarto del miocardio con un risparmio complessivo di risorse sanitarie, nonostante un incremento della spesa farmaceutica.

Nello specifico, in questo scenario, per quanto riguarda la riduzione degli ictus è stato stimato nel primo anno una diminuzione di 642 eventi, nel secondo di 636 e nel terzo di 2.504. Per quanto riguarda il risparmio complessivo a carico del SSN, dovuto all’introduzione di questa molecola, è possibile parlare di 7 milioni di euro nel primo anno19 milioni di euro nel secondo anno e 32 milioni di euro nel terzo anno 1.

 

In conclusione, si può affermare che l’introduzione dei NAO nella pratica clinica quotidiana, pur determinando un aumento della spesa farmaceutica, grazie ai vantaggi introdotti rispetto alle terapie tradizionali, dovrebbe consentire una riduzione dei costi sanitari, rendendo, pertanto, sostenibile l’utilizzo clinico di questa categoria farmacologica, soprattutto alla luce dell’efficacia in termini di prevenzione