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Non ho ancora finito di scrivere il blog e sono un’anima in pena. Mi aggiro fra la cucina ed il salotto sperando di trovare un’ispirazione tra le calamite del frigo e i libri sparsi un po’ dovunque, compreso il pavimento e ogni superficie disponibile.
Niente. Le ultime frasi proprio non mi vengono.
Sono perfino a corto di parole: mia figlia mi ha prestato un dizionario di sinonimi e contrari, piccoletto, i termini che mi propone li conosco tutti. Me ne serve uno ben più corposo: sono sicura di averlo, ma chissà dove é finito. È curioso scoprire dove si nascondono le cose e i libri in particolare: in teoria  basterebbe ricostriuire l’ultima volta che sono stati usati, in realtà sono assolutamente sicura che si divertano a giocare a nascondino giusto per rendere il ritrovamento più emozionante.
Lo ritrovo in camera di mia figlia e scoppia una discussione all’ultimo sangue sulla rivendicazione di proprietà e sul diritto d’uso: non ho mai capito perché le mie cose tendono a diventare patrimonio comune della famiglia,  mentre le cose dei miei figli sono loro e basta. Mentre invoco un giudice supremo che regolamenti con equità la condivisione degli oggetti, mi devo accontentare di un momentaneo, magnanimo prestito. Per questa volta mi é andata bene: agguanto il dizionario e comincio a sfogliarlo sempre più affascinata.
Subisco da sempre un’attrazione irresistibile verso il linguaggio come forma di comunicazione e la parola scritta in particolare. Ci sono pensieri indistinti, sensazioni particolari, sentimenti confusi che riescono ad esplicarsi solo quando trovano le parole più giuste per materializzarsi attraverso una pagina scritta. Le scrivi o le leggi e capisci subito che era proprio così che le avevi pensate, che erano da sempre nella tua testa, ma non lo sapevi o non ne eri cosciente. Eppure, adesso che le vedi lí, nero su bianco, ti sembra quasi impossibile che non ti fosse da sempre tutto chiarissimo.
Una spinta irresistibile ti spinge a scrivere: per un sacco di tempo hai resistito, hai cercato di fare  finta di niente, sicuramente non ne sei capace, chissà che orrore ti uscirà. Però ne hai voglia, non lo confesseresti neppure sotto tortura, ma vorresti almeno provarci, in fondo un tentativo si può sempre fare, puoi smettere in qualunque momento e nasconderti fino a scomparire nel nulla.
Poi il gioco ti prende la mano: settimana dopo settimana, parola dopo parola, diventa un appuntamento costante, un impegno preso prima di tutto con se stessi, i figli che ti prendono in giro perché sei una mamma proprio buffa, non fai la mamma come tutte le altre, lo sai che i nostri amici ti leggono sempre.  Hai finito? Guarda che stanno aspettando, anch’io sto aspettando,  devo essere io la prima a leggere quello che scrivi, non posso fare una brutta figura.
Il gatto Memé, il  ghostwriter, si é stancato di giocare con il tablet: annoiato chiede di uscire. Qui non si va avanti, non ci sono più letterine da inseguire sullo schermo, vado a cercare una lucertola, che é meglio.
Arriva con calma la gatta Pallo per controllare cosa succede o cosa non succede: tu adesso ti siedi tranquilla e stai ferma e buona e finisci questa cosa. Io ti posso aiutare sdraiandomi sulle tue gambe, così é sicuro che non ti puoi muovere e non continui a girare senza pace: cosa ci vuole, ti metti lì buona buona e in dieci minuti hai finito. Porta pazienza, Memé é ancora giovane, non ha ancora capito che con te ci vogliono le maniere forti. Adesso ci penso io, con te, da qui non mi muovo, vedrai che in quattro e quattr’otto la smetti di fare i capricci e va tutto a posto.
E se poi quello che scrivo non piace a nessuno? Questa settimana é un disastro: sono sicura che nessuno mi leggerà e quei pochi che leggeranno si annoieranno a morte o traviseranno quello che volevo raccontare.
E allora? Da quando in qua ti preoccupi di queste sciocchezze? Smettila di perdere tempo e concentrati: é inutile che ti nascondi dietro la paura di non piacere a nessuno. Tanto a tutti non si può piacere comunque, neppure a me piace sempre quello che fai, eppure non faccio tante storie, ti voglio bene lo stesso anche se non sei una umana proprio perfetta. Mi accontento, cosa vuoi farci, mi dicono che ci sono umani anche peggiori. E poi potresti anche ringraziarmi, qualche volta: guarda che lo so che quando sei a corto di idee parli di me. Con tutta la fatica che faccio non ti chiedo neppure un compenso: dai, sbrigati, così almeno mi allunghi qualche croccantino, che a forza di darti suggerimenti e di farti tutto il lavoro mi é venuta proprio fame

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