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Di carattere sono piuttosto fumina. Tradotto per chi non parla il lessico strampalato della mia famiglia: sono spesso esagitata, nevrastenica, concitata, tono di voce con parecchi decibel di troppo, timbro acuto e stridente.
Non si preoccupa mai nessuno. Tanto ormai hanno capito tutti che più urlo e mi agito e meno sono veramente arrabbiata. Non solo, ma con la logica perversa che quasi sempre accompagna il nostro comportamento, è un trattamento che riservo solo alle persone che stimo e a cui voglio bene. È un po’ come se, sicura del legame e del rispetto che ci lega, non reputassi necessario adottare modi urbani e distaccati per sostenere le mie opinioni.
Non si preoccupa mai nessuno, dicevo, né tantomeno si offendono o ci rimangono male. Si limitano a guardarmi con aria compassionevole e premurosa, come si guarda una cara vecchia zia nubile, burbera e brontolona, ma a cui si vuole tanto bene lo stesso. È più mi agito e sembro spiritata, è più si godono la scena, si impensieriscono se la voce mi abbandona, mi offrono solleciti acqua o caramelle o supporto morale quando le energie cominciano a scemare e inizio a perdere colpi.
Solo quando sto zitta é un gran brutto segno. La rabbia, quella vera, la delusione, mi seccano la gola, le parole mi escono misurate, pacate, non c’è niente che mi calmi di più della furia più profonda. Quando non vale più la pena di discutere, il silenzio riassume tutte le risposte.
Sono talmente abituata al fatto che nessuno si scomponga più di tanto (per non dire che rimangono assolutamente serafici) che non mi controllo neppure quando potrebbero sentirmi sconosciuti non avezzi alle mie scenografiche esternazioni.
Immaginatevi la scena: zona al pubblico piena (non é difficile visto che in tutto sono circa venti metri quadri). Retro (cioè il magazzino, altrettanto piccolo, direttamente connesso alla zona al pubblico da vani senza porta): io, urlando come una pazza fuori di testa,  cerco di spiegare il concetto e gli ambiti di ogni singolo ruolo lavorativo (cioè che cosa deve fare esattamente) ogni collaboratore. Oggetto di discussione: l’idea di ordine e di razionalizzazione di ogni settore del magazzino.
Già l’argomento é particolarmente ostico (ognuno ha un’idea diversa di ordine), i pregiudizi e i luoghi comuni si sprecano, tutti si sentono chiamati in causa ma non vorrebbero venire direttamente coinvolti, gli sguardi si fanno sempre più vacui e smarriti, la mia voce ha ormai raggiunto il tono isterico di quando non riesco a trasmettere quello che nella mia testa appare talmente evidente da non richiedere ulteriori spiegazioni e invece risulta del tutto incomprensibile a chi ho davanti.
Una delle farmaciste al banco mi si avvicina e mi sussurra dolcemente che sto spaventando una cliente.
Mi nascondo in laboratorio mortificata.
La collega mi raggiunge e mi spiega che la cliente vorrebbe parlarmi, ma é un po’ preoccupata per quello che ha sentito.
Vorrei sprofondare nella parte dell’inferno più profonda, il girone degli iracondi non basta. Mi faccio coraggio e vado.
Ci guardiamo, un secondo in silenzio. Non so come scusarmi, le parole non mi escono proprio, per fortuna viene da ridere a tutte e tre. Riesco solo  a biascicare che non sono arrabbiata, mi sento solo incapace di farmi capire e questo mi mette in difficoltà e mi spinge a reazioni eccessive.
“Si, ma c’é modo e modo”. È vero: c’è modo e modo. Ci viene di nuovo da ridere.
Ci sono persone che conosci per caso, magari in circostanze poco favorevoli, eppure ti piacciono subito, così, senza una ragione precisa. Poi ci parli, e scopri che sono anche meglio, e per qualche alchimia del destino riesci a comprenderle e a farti capire d’istinto, semplicemente.
Sono i grandi piccoli miracoli che ogni tanto ci vengono donati, nonostante le nostre, troppe, inadeguatezze

C’è farmaco e farmaco

Tra un posso e un vorrei

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Cambiano i Tempi – Parte II