Decifrare la grafia del medico, MISSION: IMPOSSIBLE – Farmacisti punto e a capo. A cura della dottoressa Bianca Peretti

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Finalmente la signora Anna è stata dimessa dall’ospedale ed è tornata a casa.
Per qualche giorno è ospite della figlia: non è ancora sufficientemente autonoma da tornare a vivere da sola.
Sistemata la convalescente  comodamente in poltrona, arriva in farmacia una delegazione agguerrita  di familiari con il foglio di dimissione ospedaliera.
“Abbiamo portato a casa la mamma proprio adesso: questa è la terapia. Il suo medico è in ferie, non riusciamo a trovare il sostituto e noi non ci capiamo niente. Le preparate voi i farmaci come al solito?” Rovesciano sul bancone il sacchetto dei medicinali avanzati prima del ricovero: sventrato, tutte le confezioni aperte e mescolate, blister foglietti illustrativi e scatole in un’unica massa informe.
Mentre cerchiamo di capire che cosa dobbiamo fare, ognuno dice la sua, voci e opinioni si accavallano, il caos regna sovrano.
“Ma come scrivono ‘sti medici, non si capisce una parola! Terapia anti ipertensione invariata: questa scritta non c’è su nessuna scatoletta. Ce ne anticipa una confezione che poi le portiamo la ricetta?”
Intervengo di autorità perché vedo la collega del tutto smarrita che tenta  di inserirsi con difficoltà  fra  toni che stanno diventando sempre più concitati.
Recupero il foglio di lavorazione dei blisteroni fatti nel passato e con calma faccio ordine (la mia grande specialità nonché il mio tratto distintivo), spiego  il significato delle singole parole e confronto  le due terapie.
“Ve lo avevo detto: non so come faccia (?!?), ma la dottoressa Bianca capisce sempre tutto”. Bene, non ho ancora perso il mio tocco: sorvolo sul fatto che negli ultimi venticinque anni ho sfogliato distrattamente qualche libro sull’argomento e porto a casa il risultato. Si sono calmati e mi stanno ascoltando: vediamo di capire che cosa dobbiamo fare.
“Allora, tutto a posto: ci pensa lei. Passiamo questa sera a ritirare i blisteroni”.
Ecco, proprio tutto a posto no: la paziente prima di andare in ospedale prendeva un farmaco per il controllo del dolore in un dosaggio peraltro piuttosto elevato, farmaco mai citato né  nella relazione dei medici che nelle dimissioni. E adesso cosa faccio? Non ho alcuna competenza per prendere una decisione del genere, interrogare i parenti non mi sembra il caso, decido di attaccarmi al telefono.
Primo approccio, il medico di base. Molto gentile, come sempre, mi risponde costernato che lui è solo il sostituto, non conosce bene né la malata né la situazione: per fare le cose per bene bisognerebbe sentire l’ospedale.
E sia, affrontiamo l’ospedale. Mi bevo una camomilla tripla, impugno il telefono come un gladiatore la spada, calo l’elmetto, preparo lo scudo, prendo un respiro profondo e mi accingo all’impresa.
Parlo successivamente con portinaio, infermiera, segretaria, infermiera, capo sala, specializzando, medico, capo sala. I toni passano da gentili, irritati, nervosi, dispiaciuti, incerti, arroganti, decisamente maleducati.
L’effetto della tripla camomilla è ormai svanito, mentre sto valutando se prendere una benzodiazepina o un antidepressivo, mi passano l’ennesimo medico. Ha una voce stanca, stufa, che fa il paio con la mia: ripeto per l’ennesima volta la stessa domanda, ormai ho assunto un tono lamentoso decisamente poco piacevole.
“Ma lei chi è? Una farmacista? Perché vuole sapere quali farmaci sono stati prescritti alla signora? Cosa c’entra lei?”
Ho esaurito le forze, replico fiaccamente che la mia farmacia si occupa di aderenza alla terapia riempiendo dei contenitori monouso per facilitare ai pazienti l’assunzione dei medicinali. Che l’informazione mi serve perché devo sapere che cosa metterci dentro, intendo  in questi famosi blisteroni, e me lo deve dire un medico perché lo scopo del lavoro è far rispettare alle persone le indicazioni dei medici, lasciando da parte le libere interpretazioni.
Dico tutto questo in un fiato, a bassa voce, stufa marcia di dovermi giustificare continuamente.
“Ma allora esiste veramente? Cioè, voglio dire, lei è vera, in carne e ossa, non è una macchina. Sa, in ospedale si favoleggia sul suo lavoro: molti sostengono che venga fatto da una macchina. Cioè, si, no, voglio dire, ci sono dei farmacisti veri, quelli con il camice bianco e tutto il resto, dietro a questa cosa?in America, mi hanno detto che ci sono delle macchine speciali che fanno tutto loro…
Perché, vede, i farmacisti, quelli veri, in genere non fanno queste cose……”
“E cosa farebbero i farmacisti veri?”  Il mio tono è cambiato,  adesso comincia a diventare pericolosamente lento e pacato.
Scoppia a ridere. “Ho detto una sciocchezza, vero? Non si inalberi: se le offro un caffè, mi perdona? Lei dev’essere proprio un bel tipo: ma chi glielo fa fare? Sa, mi piacerebbe proprio saperlo.”
Mi metto a ridere anch’io: già, chi me lo fa fare?
Quando lo scoprirò, andremo a prenderci un caffè insieme. Promesso

Incidente estivo

Parole parole parole

Buon lavoro

L’inizio della fine

Piccola rivoluzione copernicana