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Si ferma davanti all’edificio l’enorme motrice bianca di un camion a rimorchio.
La notiamo perché sembra veramente molto grande nel piazzale che, a dire il vero, è piuttosto piccolo.
Scendono quattro persone  e in tre entrano in farmacia che in quel momento è piena di gente. Ci vuole poco: è talmente angusta che pochi  clienti sembrano una folla.
Comunque,  si mettono in fila e ciascuno  di loro si avvicina ad una delle tre postazioni dove stiamo lavorando.
Quello che parla con me mi mostra un cellulare dove è aperta una chat con dialogo  in arabo e foto di farmaci: alcuni li riconosco, hanno la confezione simile alle nostre. Richiedono tutti ricetta medica, in certi casi addirittura ricetta limitativa compilata da uno medico specialista:  non glieli posso proprio vendere. Mi indica altri nomi, ma questi non li conosco, non ho idea a cosa si riferiscano, non sono specialità italiane. Insiste, ma per lui non posso fare assolutamente  niente, mi dispiace.
Alla fine mi mostra le immagini di uno shampoo per bambini, in confezioni in lingue diverse  e mi chiede se almeno questo lo può avere. Non c’è l’ho, ma lo posso procurare per il mattino dopo.
Per lui va bene, passerà a ritirarlo l’indomani.
Mentre ciascuna di noi è impegnata in colloqui simili, la collega che occupa la postazione all’estremo opposto del bancone si accorge che il quarto individuo sta facendo diverse fotografie alla facciata della casa. Lo noto anch’io con la coda dell’occhio, ma sono impegnata ad arginare il mio cliente che dalla posizione frontale  mi è venuto di fianco e cerca di avvicinarsi alla stanza sul retro, e non riesco a vedere più di tanto.
È evidente che tutti e tre cercano di attardarsi e capire com’è disposta la farmacia (non che sia così difficile date le dimensioni complessive): continua ad entrare gente e data l’esiguità degli spazi devono rassegnarsi ad uscire.
Risalgono tutti sulla motrice e se ne vanno.
Decidiamo di avvertire i carabinieri: dopo un breve conciliabolo siamo giunte alla conclusione che avevano un atteggiamento ambiguo e sospetto. Mi preparo un discorso infarcito di scuse perché detesto fare la parte della donnetta isterica che cerca di attrarre l’attenzione a tutti i costi.
Con mia grande meraviglia il carabiniere al telefono mi prende molto sul serio e mi invita a inviargli subito per e-mail gli spezzoni dei video ripresi dalle telecamere. Comincio ad essere spaventata.
Contatto i due servizi di vigilanza, come mi è stato suggerito, e la preoccupazione aumenta: pare che siano prese di mira tutte quelle strutture che hanno attrezzature da laboratorio, sono merce preziosa, non si possono comprare facilmente. Ci raccomandano di fare molta attenzione, di fare in modo che ci sia sempre qualcuno nell’edificio, di segnalare subito qualunque elemento sospetto.
Sono tutti molto solleciti, molto zelanti, ma a me manca l’aria. Mi sento soffocare.
Non sono arrabbiata, né particolarmente allarmata, forse l’aggettivo che riassume meglio il mio stato d’animo è sgomenta: non volevo mettere le telecamere, non volevo dover controllare chi si avvicina o non si avvicina a casa mia o alla farmacia, non mi piace accogliere la gente con sospetto, non mi piace sentirmi assediata e spiata.
La cosa che mi disturba di più, però, è un’altra: guardiamo con sospetto tutti gli stranieri che non conosciamo, li avviciniamo con timore, osserviamo i loro gesti e i loro comportamenti più per capire se sono potenzialmente pericolosi che per cercare di aiutarli, come se il solo fatto di non parlare la stessa lingua costituisse già di per sé una minaccia.
Per fortuna dimenticheremo presto questo stupido episodio, archiviandolo come il frutto di paranoie estive, con il caldo che fa evaporare pathos e ansie. Rimane solo un certo sapore amaro, una traccia appiccicosa di sottile disagio come l’afa che si insinua un po’ dovunque.

Parole parole parole

Buon lavoro

L’inizio della fine

Piccola rivoluzione copernicana