Parole parole parole – Farmacisti punto e a capo. A cura della dottoressa Bianca Peretti

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Quest’estate abbiamo avuto ben due stagisti, due liceali che dovevano fare un’esperienza lavorativa durante l’estate.
Non nascondo che ero molto perplessa per questa iniziativa, sia dal punto di vista concettuale che organizzativo: che cosa gli facciamo fare a questi ragazzi? A che cosa può servire ad un adolescente che deve ancora finire la scuola superiore frequentare un luogo di lavoro così apparentemente poco attraente come una farmacia? Che senso ha un’iniziativa del genere?
È evidente che  scegliere di venire da noi è dipeso soprattutto dalla comodità e dalla vicinanza a casa: faccio fatica ad immaginare un giovane ansioso di sperimentare l’ebrezza di smistare pacchi o controllare lunghi elenchi di medicinali. Oltre a tutto, non abbiamo esattamente l’immagine di gran professionisti: come ho avuto modo di appurare, non avevano proprio idea di quanto frenetico, complesso e impegnativo fosse il nostro lavoro. Non pensavano che invece ci fosse un problema al minuto, una difficoltà dietro l’altra, intoppi e ostacoli a getto continuo.
D’altra parte, è difficile per il cliente rendersi conto che il gesto con cui consegnamo un farmaco è il frutto di una lunga catena di eventi che inizia col decifrare il bisogno di una  persona e termina con il proporre una soluzione: richiede  intuito, conoscenza, ricerca; esige organizzazione, fantasia, pazienza, flessibilità.
Mi sarebbe sembrato un gran bel risultato se questi ragazzi avessero concluso lo stage anche solo con questo pensiero: fare il farmacista non è facile e, se lo fai bene, fai un servizio importantissimo per l’intera società. Mi sarei accontentata che avessero iniziato a vederci con occhi diversi e, chissà, fra le varie opzioni universitarie cominciassero a includere anche questa. Il mondo ha bisogno di buoni farmacisti, molto di più di quanto non creda.
Poi, però, mi sono accorta che, forse fare un’esperienza del genere poteva offrire anche un’altra lezione basilare: l’importanza di una comunicazione efficace nell’ambiente di lavoro, sia fra colleghi che con il pubblico.
Ricordo mio padre che rimproverava a  mia madre di parlare come se alzasse l’audio saltuariamente lungo il flusso dei suoi pensieri: si lamentava che mancavano sempre soggetti e premesse e spesso anche alcune parti essenziali dei vari ragionamenti. Lei rispondeva serafica che non aveva nessuna necessità di perdere tempo a spiegare tutto per bene: si conoscevano da talmente tanto tempo che  lui era perfettamente in grado di integrare le parti mancanti del dialogo.
Mia figlia, che  ha da sempre con le parole un rapporto molto dinamico (le modifica, le inventa, le addomestica e le piega alle sue necessità) fino a due anni non ha parlato: consultato, preoccupati, uno specialista, ci spiegò che non aveva alcun deficit particolare, aveva semplicemente un fratello maggiore che rendeva inutile ogni sforzo in tal senso. Anche adesso lui è il suo traduttore ufficiale, quello che per primo intuisce il significato recondito di ogni sua espressione.
Purtroppo, però, quando si lavora, questa attitudine ad un lessico personale e familiare, questa incapacità di produrre una comunicazione efficace ed esaustiva (difficoltà diffusissima e ubiquitaria) diviene una fonte inesauribile di equivoci e disguidi, di pensavo, avevo capito, credevo, mi sembrava, che possono generare infiniti problemi, di inottemperanze, di malintesi.
Genitori ed insegnanti in genere lottano disperatamente per indurre i giovani ad adottare un linguaggio adeguato, ma rimane quasi sempre teoria, il capriccio di vecchi pignoli che si inventano continui tormenti, inutili pignolerie di un tempo passato e ormai obsoleto. Fra ragazzi basta una sigla, un acronimo, un accenno, e tutto sembra così chiaro ed evidente. Se l’altro non capisce, pazienza, semplicemente non si è ben integrato nel gruppo.
Ma quando lavori, quando il tuo gruppo è costituito da persone che hanno bisogno di te per rispettare un impegno, le parole servono tutte, così come servono le pause, le virgole, i toni, serve sapere quando si può scherzare e quando essere seri, quando sorvolare e quando ripetere. Bisogna sapere ascoltare, ma anche parlare e spiegarsi.

Buon lavoro

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