Buon lavoro – Farmacisti punto e a capo. A cura della dottoressa Bianca Peretti

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È acclarato: l’inizio e la fine della settimana sono in assoluto i momenti peggiori nel lavoro.
Senza scomodare Leopardi o i grandi pensatori, si arriva al venerdì pomeriggio e si comincia a sentire il profumo del fine settimana. E si comincia ad illudersi. Si comincia a vagheggiare di un meritato riposo, di una pausa agognata e apparentemente così vicina che la puoi quasi toccare.
Uno dei propositi che immancabilmente faccio ogni anno è di chiudere il laboratorio il venerdì sera: ci fossi mai riuscita. Quando nascerò la prossima volta, sarò fermissima nello stabilire orari e disponibilità: in questa vita , però, non c’è proprio speranza.
Sistematicamente, ogni benedetta settimana, ho due o tre clienti che all’ultimo minuto si rendono conto che non arriveranno a lunedì con i farmaci che devono assumere o che devono iniziare immediatamente una nuova terapia o che non avranno altro momento per ritirarli se non sabato mattina. Mi guardano speranzosi, io provo a negarmi; si appellano al mio buon cuore, e io cerco di resistere; mi pregano insidiosi, e capitolo miseramente. Forza di volontà sotto zero. Determinazione, questa sconosciuta.
Tanto tutti hanno già capito che non sono capace di rifiutarmi: il mio ego fragilissimo si nutre avidamente e masochisticamente dell’illusione di essere indispensabile.
Nella prossima vita, lo giuro, sarà tutto diverso.
Già, la prossima: perché in questa non sono stata molto brava e ho sbagliato un sacco di cose.Ma ormai è andata così: dubito fortemente di riuscire a cambiare veramente  qualcosa.
Al venerdì impegnativo, ma ancora ricco di speranze, seguono,  in genere, un sabato pomeriggio e una domenica schizofreniche in cui cerco di recuperare e mettermi in pari con tutto quello che ho tralasciato durante la settimana, sommato a tutti quegli impegni che mi sono accollata senza che nessuno me lo imponesse,  per approdare al lunedì stremata insoddisfatta angosciata frustrata.
E sì che basterebbe poco, me ne rendo conto, per imprimere una svolta alle mie giornate: il problema è che il vuoto mi atterrisce, l’idea di avere davanti del tempo non stipato di obblighi mi lascia smarrita e confusa.
Ho un amico che, ad intervalli regolari, in particolare quando lo tormento senza pietà con un milione di quesiti e di progetti, invoca una tregua proclamando ufficialmente che appena può vende tutto e abbandona ogni attività: a parte l’errore tattico (se non ha sufficienti stimoli mi sento in dovere di dargliene di nuovi  e moltiplico gli sforzi per riempirgli l’esistenza: certe volte arriva a far pena perfino a me), è una posizione che mi sconcerta perché non riesco proprio a concepire un’idea simile. E dopo? Come si fa ad alzarsi al mattino con l’idea di avere davanti a sè delle ore intonse da riempire, senza uno scopo preciso, un’urgenza, una montagna di problemi che incalzano per essere risolti? Potrei deprimermi a morte, inaridirmi come la surfinia che mi sono dimenticata di innaffiare, spegnermi come una candela che ha esaurito il suo stoppino.
“Non c’è pericolo. Che Dio abbia pietà di noi il giorno che andrai in pensione: non voglio immaginare in quali folli progetti ci trascinerai tutti, con che ritmo incalzante  ci investirai di idee travolgenti, quali salti mortali dovremo fare per stare dietro a te e ai tuoi pensieri.” Mio figlio, quello, per intenderci, che ha fatto del sarcasmo uno stile di vita, mi guarda sornione, in bilico fra il lusingato e  il preoccupato.
Non ho mai del tutto capito i sentimenti dei miei figli nei miei confronti: credo che non siano chiarissimi neppure per loro. Mi sembra che oscillino fra orgoglio e perplessità per una mamma non proprio tradizionale. Non mi cambierebbero con una mamma “per bene”, ma non vado neppure esibita liberamente.
“Non voglio che parli con i miei amici perché fai loro domande troppo difficili.” Quali sono le domande difficili? Ci sono domande inopportune, imbarazzanti, indelicate, ma difficili? Che cosa significa difficili? “Ecco, appunto”.
I dialoghi surreali a casa nostra si sprecano. Come le discussioni all’ultimo sangue su argomenti del tutto peregrini come la preminenza dell’approccio induttivo su quello deduttivo nel metodo scientifico o le controversie su un oscuro passaggio della Divina Commedia,  con litigi a coltello come se ne andasse della nostra stessa vita e dell’intero destino dell’umanità. Nel gioco delle parti e nella foga dei ragionamenti, dimentichiamo completamente le rispettive posizioni iniziali, il tempo che scorre, i compiti da portare a termine.
Una nuova settimana sta per iniziare. Buon lavoro.

L’inizio della fine

Piccola rivoluzione copernicana