L’inizio della fine – Farmacisti punto e a capo. A cura della dottoressa Bianca Peretti

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La prima stanza, quella destinata ad essere un ufficio, è completata. Mancano ancora dei dettagli come i battiscopa e le cornici delle porte, ma possiamo dire che è praticamente finita.
Un miracolo. Preceduto ed accompagnato da tutta una serie di colpi di scena che hanno movimentato la settimana: mettiamola in questo modo, se mai temessimo di annoiarci o scadere in una banale routine, non mancano gli incidenti e gli intoppi a rassicurarci e a garantirci giornate vivaci ed estenuanti.
In origine era una stanza molto grande che col tempo abbiamo invaso completamente con le nostre carte, i documenti, le stampanti che non trovavano pace da nessuna parte. Quando abbiamo deciso di destinarne metà ai laboratori non mi sono resa conto di quanto sarebbe diventata piccola: l’unica cosa di cui ero certa era che volevo divisori di vetro trasparente per non sentirmi in prigione sia da una parte che dall’altra. Subito non sono stata accontentata: la prima versione aveva tutte pareti cieche e l’effetto finale era quello di una tomba egizia con il piccolo corridoio finale che poteva essere benissimo l’ultima dimora del sarcofago del faraone. Un disastro.
A questo punto ho commesso l’errore più grosso: invece di arrabbiarmi e prendermela con tutti avrei dovuto parlarne con calma con l’architetto che ha progettato il lavoro, spiegare meglio quello che volevo e lasciare che fosse lui a tradurre in pratica i miei desideri. In realtà, io non sapevo davvero quello che volevo: avevo un’idea generica di quello che mi sarebbe piaciuto, ma non ero in grado né di sapere se avrei potuto realizzarlo né di che cosa avevo veramente bisogno.
La stessa cosa accade mille volte al giorno ai nostri clienti: entrano in farmacia e chiedono un rimedio o un farmaco. Ma molto raramente sanno di che cosa hanno realmente necessità: non hanno alcuna competenza specifica per questo e, inoltre, inevitabilmente,  hanno una percezione del tutto soggettiva dei sintomi.
Il farmacista è il primo interprete, il primo traduttore, dei loro problemi: la sua prima, fondamentale, funzione è di capire se la situazione richiede l’intervento di un medico e con quale urgenza o se è possibile ricorrere ad un semplice rimedio per trovare una soluzione. La sua vera abilità è la capacità di intuire quando un sintomo rivela un disturbo banale o nasconde una patologia molto più seria.
Una stupida tossetta può dipendere dall’uso disinvolto dell’aria condizionata fino a denunciare una sofferenza cardiaca: per vendere uno sciroppetto qualunque (adulto o bambino? tosse secca o grassa?)  sono sufficienti un robot e la pubblicità. Neppure per mandare indistintamente tutti dal medico o dallo specialista serve un farmacista: ansiosi e ipocondriaci sono  bravissimi ad intasare i Pronto Soccorso.
Guardare una macchia o una presunta micosi di un’ unghia non è certo obbligatorio: rimane un mistero come si possa dare un consiglio qualunque solo con informazioni riportate. Internet è pieno di nozioni generiche e la sfera di cristallo ogni tanto non funziona: anche in questo caso che cosa diamo di più come professionisti?
Ci possiamo sbagliare? Certamente, mille volte al giorno. Ma se il consiglio riguarda solo farmaci di libera vendita, siamo ampiamente legittimati: da nessuno è possibile pretendere la perfezione, siamo ancora ampiamente nella nostra sfera di competenza e l’errore è ammesso.
Quando vendiamo un farmaco con obbligo di ricetta senza la giusta motivazione sconfiniamo nell’abuso  di professione medica, non quando facciamo diagnosi in una patologia minore e suggeriamo un rimedio che a noi appare adeguato: mi sfugge completamente perché non solo ci preoccupiamo del contrario, ma condanniamo scandalizzati se un collega verifica la presenza di parassiti e consiglia la profilassi corretta. Oltretutto, la maggior parte dei presidi per pediculosi non sono neppure farmaci, ma gli antibiotici e gli antidolorifici ad alto dosaggio sì: perché non sembra molto più grave arrogarsi il diritto di dispensarli liberamente a coloro che lamentano mal di gola o cistite? Non è questo il nostro lavoro.
La laurea e l’abilitazione sono il primo gradino, indispensabile, per svolgere una professione: da qui inizia il percorso più duro e accidentato per imparare a diventare dei professionisti. L’università ha dato le basi ed un metodo di apprendimento:  è dopo che si deve cominciare  a studiare e ad approfondire le conoscenze per farle uscire dalla teoria e immetterle nella realtà. E se all’università una cosa non me l’hanno insegnata, non commetto un abuso se apro un nuovo libro e la studio.

Piccola rivoluzione copernicana