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Finalmente è arrivato il caldo.

Dopo un mese di piogge e freddo le giornate iniziano luminose e preannunciano temperature estive.
Naturalmente sono già iniziate le lamentele per il caldo: archiviate le proteste per una primavera capricciosa e altalenante (ma non erano sparite le mezze stagioni?), sono ufficialmente iniziate quelle per il sole, l’afa, la temperatura insopportabile.
Sono aumentati anche nervosismo e insofferenza da parte dei clienti, la voglia di ferie e di mare un po’ di tutti, i nostri lavori edilizi che non vedono una fine: il risultato è una situazione che in certi momenti sfiora, raggiunge e supera veri momenti di delirio collettivo.
Intanto stiamo lavorando barcamenandoci in spazi sempre più problematici: pare che la settimana prossima ci completino la stanza che abbiamo deciso di destinare all’ufficio. Nel frattempo, continuiamo a spostare enormi pile di carte, libri, caterve di documenti che non trovano pace da nessuna parte, smarrendosi e confondendosi e mescolandosi senza alcuna speranza di arrivare integri e rintracciabili alla destinazione finale.
La cosa più simpatica riguarda i condizionatori: sono tutti istallati e pagati, ma non sono stati allacciati alla rete elettrica, per cui, oltre al resto, dobbiamo fare la caccia al tesoro in un caldo appiccicoso e snervante. A turno sono passati i vari responsabili, elettricista idraulico architetto, hanno preso atto della situazione, hanno convenuto che l’ambiente è invivibile, e se ne sono andati. Ci sarà dato sapere, prima del prossimo inverno, se potremo contare su un efficiente impianto di climatizzazione? Per quale misterioso motivo le persone che ci stanno ancora lavorando, pittori falegnami vetrai, devono farlo in condizioni disumane avendo a disposizione tutto quello che serve per  rendere l’ambiente più accettabile? Mistero.
Al di là delle crisi isteriche che ormai fatico a tenere sotto controllo, mi rimane la curiosità intellettuale di capire la logica di certe decisioni, perché faccio veramente molta fatica ad accettare l’idea che chi progetta ed organizza un lavoro non si renda conto dei problemi e delle difficoltà pratiche, e facilmente superabili, che si creano continuamente.
Poi, siccome tutte le esperienze sono in realtà un’occasione per ampliare l’ambito della riflessione, mi sono venuti subito alla mente tutta una serie di osservazioni e paralleli nel nostro mondo professionale e ne sono uscita sconcertata.
È fuor di dubbio che tutti i giorni dobbiamo fare i conti con una serie di regole illogiche, raffazzonate,  antiquate per non dire obsolete. Possibile che a nessuno sia mai venuto in mente che il primo, essenziale passo da fare per far approdare la farmacia nel nuovo millennio (finalmente!) sia cambiare le regole del servizio farmaceutico? Discutiamo in modo del tutto improduttivo di nuovi servizi e ruoli e continuiamo ad accettare che la validità di una ricetta sia determinata rigidamente dalla categoria del farmaco e non dalla volontà del medico? Possibile che tutto questo sembri assurdo solo a me?
In un mondo razionale ed efficiente il medico non solo stabilisce la terapia, ma ne fissa anche la durata e il farmacista si adopera perché il paziente abbia la quantità giusta di farmaco per rispettare la volontà del medico: è impensabile, assurdo e irrazionale che le regole dell’esitabilità siano stabilite a priori, peraltro in base ad una categorizzazione dei farmaci vecchia e ampiamente superata. Accettare e mantenere un sistema del genere vuol dire deresponsabilizzare i medici, che non sono neppure liberi di organizzare una strategia terapeutica; appesantire una burocrazia già fin troppo opprimente per tutti; banalizzare il farmaco stesso, che cessa di essere rimedio personalizzato per diventare bene di consumo; ed infine, ultimo ma non meno importante, svilisce e squalifica la funzione del farmacista, ultima pedina esecutiva di un sistema assurdo e paradossale.
Ecco, io partirei proprio da qui, da questa piccola e banale rivoluzione copernicana: una riforma completa e sostanziale del servizio farmaceutico. Non una di quelle riforme a cui siamo abituati, dove si cerca di salvare capra e cavoli, cercando sempre di accontentare un po’ tutti, ma, in realtà, per arrivare a non modificare veramente niente: cambierei radicalmente le regole perché cambierei l’idea che ne sta alla base. E non è neppure un’idea particolarmente originale: in molti paesi stranieri le cose funzionano in questo modo già da molto tempo e non funzionano male.
Il medico visita il paziente, ipotizza una diagnosi e una prognosi, indica una terapia e la sua durata; il farmacista subentra e si impegna affinché quel dato paziente sia in grado di curarsi come il medico ha prescritto.
È così difficile immaginare un sistema come questo?
Ne avremo il coraggio e ne saremo capaci? Non ne ho idea, ma, secondo me, non abbiamo altra scelta.