Sei un FARMACISTA e pensi al tuo futuro? Ecco tutto quello che devi sapere sulla TUA PENSIONE

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La pensione dei giovani farmacisti. Tra criticità e possibilità.

L’incertezza riguardo la futura pensione è un dilemma che attanaglia molti tra i farmacisti che stanno entrando o sono entrati in questi anni nel mercato del lavoro, e anche parte dei farmacisti che vi sono entrati anni fa, ai quali sono state cambiate le regole in corso d’opera.

Da un lato sono richieste un’anzianità anagrafica e contributiva nettamente maggiore per poter accedere al trattamento pensionistico, dall’altro il passaggio da un sistema retributivo ad un sistema contributivo puro ha aumentato quella che gli esperti del settore definiscono “scopertura”, ovvero la differenza tra l’ultima retribuzione percepita e la pensione. In due precedenti articoli su quellichelafarmacia.com, mi sono occupato del lavoro di farmacista svolto in libera professione, e della retribuzione tramite voucher. In seguito a questi articoli, mi sono arrivate numerose richieste di chiarimenti, anche in materia contributiva. Ritenendo di non avere sufficienti competenze per rispondere a tutti i quesiti che mi sono stati posti, mi sono rivolto ad una professionista nella consulenza previdenziale, per cercare di rispondere alle richieste più frequenti e, se possibile, fornire anche qualche spunto di riflessione.

L’esperta in questione è la dott.ssa Sara Vignotto, di Latisana (UD).

Dott.ssa Vignotto, vuole dirci innanzitutto quali sono la sua formazione e le sue competenze?

«Mi sono laureata a Trieste con una tesi in diritto del lavoro. Subito dopo la laurea, ho iniziato un percorso di crescita professionale all’interno del gruppo Generali, dove attualmente rivesto il ruolo di responsabile di zona. Mi occupo, nello specifico, di previdenza e di gestione del risparmio, sia per privati che per aziende, e seguo anche la posizione di diversi farmacisti».

Qual è l’inquadramento pensionistico dei farmacisti?

«Da un punto di vista previdenziale, la categoria ha un inquadramento piuttosto vario a seconda del tipo di impiego. I dipendenti di farmacia privata versano i propri contributi all’INPS come anche i farmacisti impiegati presso le farmacie comunali e i farmacisti dirigenti ospedalieri che provengono dalla precedente gestione INPDAP. Questi soggetti sono anche obbligatoriamente iscritti all’ENPAF, a cui possono scegliere se versare la contribuzione intera o in forma ridotta, fino al contributo di solidarietà che non dà diritto ad alcun trattamento pensionistico. I farmacisti titolari di farmacia, di parafarmacia e i liberi professionisti versano i propri contributi unicamente all’ENPAF».

Quale scopertura deve aspettarsi un giovane farmacista quando andrà in pensione, facendo i calcoli secondo le attuali normative?

«Prendiamo un dipendente di farmacia privata: pur versando il 33% del proprio reddito annuo lordo come contributi (di cui il 9,19% a carico proprio), potrà aspettarsi una riduzione delle entrate fino al 40%, rispetto all’ultimo stipendio. Per quanto riguarda le pensioni ENPAF, cui avranno diritto i titolari di farmacia, parafarmacia e i liberi professionisti, è necessario fare la seguente considerazione: a differenza delle altre casse professionisti, l’ENPAF chiede una contribuzione in misura indipendente dal reddito. Di conseguenza, la scopertura sarà tanto maggiore quanto maggiore è il reddito, e si tratterà in ogni caso di un assegno molto modesto, data l’esiguità del versamento».

Quali strategie possono adottare i farmacisti per evitare una brusca contrazione del reddito, al momento del pensionamento?

«Anche le strategie da adottare dipendono dall’inquadramento contributivo, perché si parte da problemi diversi. Prenda i titolari di farmacia: in passato, la vendita della licenza o la cessione ai figli erano la migliore assicurazione pensionistica che si potesse avere. Ma come possiamo sapere quanto varranno le licenze tra venti o trent’anni, quando il comparto potrebbe aver subito una netta liberalizzazione e la mutua potrebbe non esistere più, almeno per come la conosciamo oggi? Il rischio per loro è di ritrovarsi unicamente con il piccolo assegno ENPAF, di certo inadeguato a mantenere il tenore di vita cui erano abituati. In questo caso, la soluzione migliore è sicuramente il versamento volontario in un fondo pensione integrativo. Questo strumento, oltre a permettere una riduzione della scopertura, consente un importante risparmio fiscale. Infatti, è possibile dedurre totalmente dal reddito le somme versate fino ad un massimo di 5.164,57€ annui, con un vantaggio che dipende quindi dall’aliquota IRPEF, mentre al momento del pensionamento la tassazione applicata varierà dal 15% al 9%, in funzione degli anni mancanti alla pensione (prima viene sottoscritto, maggiore è il risparmio)».

Che cosa consiglia invece ai farmacisti dipendenti?

«A differenza dei titolari e dei liberi professionisti, i dipendenti possono risolvere in modo considerevole il problema pensionistico senza tirar fuori un centesimo, grazie ad un prezioso strumento a loro disposizione: il TFR. Con il D.lgs 252/2005, in vigore dal 2007, il lavoratore può decidere di destinare il proprio TFR maturando ad un fondo pensione integrativo, ottenendo al momento del pensionamento la stessa tassazione agevolata dei versamenti volontari. Lasciandolo in azienda, invece, la tassazione applicata corrisponderà all’aliquota media relativa agli ultimi anni di lavoro, notoriamente i più redditizi, da un minimo del 23% fino al 43%, inoltre il lavoratore potrà essere esposto al rischio di insolvenza da parte dell’azienda stessa». La farmacia può opporsi allo spostamento del TFR in un fondo pensione integrativo?

«No, in nessun caso, ma mi permetto di farle notare una cosa: spostare il TFR libera l’azienda, soprattutto un’azienda sana e che non fatica a trovare credito come la maggior parte delle farmacie, dal dover pagare la rivalutazione dovuta al dipendente (un vero e proprio costo vivo), e dall’obbligo di sborsare somme ingenti al momento delle dimissioni, del licenziamento o del pensionamento del lavoratore, oltretutto dovendo reperire tali somme con soli 90 giorni di preavviso. Le dirò che, in base alla mia esperienza, spesso sono proprio le aziende a raccomandare ai propri dipendenti di avvalersi di questo strumento».

E per quanto riguarda i farmacisti dipendenti pubblici?

«Purtroppo questi professionisti non possono disporre liberamente del loro TFR. L’unica strada rimane quella del contributo volontario, questo risparmio può essere canalizzato alla pensione sfruttando lo sgravio fiscale, ma vi sono innumerevoli strumenti dedicati al risparmio di lungo periodo, a seconda delle esigenze del singolo si possono valutare le soluzioni più adatte ad ogni profilo».

Ha qualche consiglio finale per noi farmacisti, dottoressa?

«Vede, come avviene per i consigli medici, anche per i consigli previdenziali e in materia di risparmio è sempre necessaria una valutazione caso per caso, che tenga conto delle esigenze del singolo soggetto. Il dato certo è che ormai l’integrazione pensionistica non è più solo un’opzione, bensì una necessità. Non è un caso che così tante agevolazioni fiscali siano dedicate a questi strumenti, non trova? Il contesto storico-lavorativo in cui ci muoviamo è ricco di incertezze ed è fondamentale fare delle valutazioni adeguate con professionisti del settore, in modo da arrivare preparati alla meritata pensione».

È a disposizione per eventuali chiarimenti riguardo a quanto ci ha detto oggi? «Volentieri, è il mio lavoro. La mia mail istituzionale è [email protected]

Ringrazio quindi la dottoressa Vignotto per le preziose informazioni forniteci. Intervista a cura del dott. Paolo Cabas Ordine dei farmacisti di Udine n. 1913

  • Enrico

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