Porte aperte e porte chiuse. Farmacisti punto e capo – A cura della dottoressa Bianca Peretti

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Ho una porta di casa.
Detto così, sembra la cosa più stupida che si poteva dire. Tutte le case hanno una porta d’ingresso. Tutte. Tranne la mia.
Cioè, anche la mia aveva una porta, una cosetta leggera leggera, più una porta da interni che altro, tenuta quasi sempre aperta, perché i gatti, poverini, potessero girare liberamente. I gatti non amano le porte chiuse: anche d’inverno, anche quando sono accesi i termosifoni e sarebbe meglio evitare spifferi e perdite di calore. Tanto, una porta così è più una porta proforma che non una vera porta.
Adesso ho una vera porta, anzi un portoncino blindato, perché costava meno di una porta tutta in legno massiccio, come mi sarebbe piaciuta di più.
Non lo avrei mai detto, ma il cambiamento mi ha turbato molto di più di quanto avrei mai immaginato.
Questa è la casa della mia infanzia, quella in cui sono tornata, adulta, con famiglia al seguito.
Al piano terra, accanto alla farmacia, piccolissima, c’è l’appartamento nella quale hanno abitato per tutta la vita i miei genitori e dove sono cresciuta;  il luogo dove è vissuta ed è morta mia madre, la sua prigione, l’unico posto in cui sia mai voluta vivere. Dopo la morte di mio nonno, i miei genitori avrebbero potuto trasferirsi al primo piano, in uno spazio più grande e più comodo, ma mia madre non ha mai voluto. Questa casa non le piaceva, avrebbe dovuto fare due rampe di scale per raggiungerla, le sembrava lontanissima, su un altro pianeta.
Mia madre odiava la farmacia: figlia primogenita, le fu imposto di subentrare alla madre nella titolarità, quando quest’ultima si ammalò. Della farmacia non le piaceva assolutamente niente: di carattere riservato, introverso, portata pochissimo al rapporto con i clienti, poco espansiva, si annoiava a morte. Ha sempre fatto il suo dovere con dignità e scrupolo, ma senza alcuna gioia né soddisfazione.
Come tutto quello che ci viene imposto e viene vissuto sorretto solo dal senso del dovere, ne fece un onere anche maggiore di quanto non fosse necessario. Non separò mai la sua e la nostra vita privata dalla farmacia che incombeva e permeava ogni nostro tempo o attività, contemporaneamente scusa giustificazione alibi e rifugio per un senso profondo di rinuncia e condanna.
Professione limitata al minimo sindacale, considerata comunque rigorosamente subordinata alla vendita e al guadagno, che doveva almeno compensare il sacrificio percepito come enorme, non sembrava necessario impegnarsi in altro se non in  una proficua gestione.
Io non ho mai avuto un carattere accomodante.
Non sarei mai riuscita a vivere e lavorare in questo modo.
Ho fatto altre scelte e seguito altre strade. Alla farmacia sono tornata per caso, per una serie di coincidenze difficilmente prevedibili.
Non è stato un colpo di fulmine.
Ho fatto fatica a staccarmi dal mio precedente lavoro, che mi piaceva moltissimo, da quella vita che mi ero costruita da sola e che mi era così congeniale.
Poi, piano piano, ho capito. Ogni lavoro va costruito.
Giorno dopo giorno, puoi plasmare quello che fai su di te, sulle tue attitudini e sulle tue capacità. Non c’è nulla di quello che ho studiato e ho fatto in passato che non mi serva oggi, in questa vita che può apparire banale, ma che offre enormi possibilità.
È vero, io non sono il mio lavoro. Sono tutti i miei lavori. Quelli che ho fatto e quelli che farò.
Sono una farmacista e sono molto felice di esserlo.
La mia casa oggi  ha anche una porta.  Per scegliere di far entrare il lavoro nella mia vita.

Se la farmacia è donna

Uomini vs donne

Il tarlo del dubbio

Sono viva ed esisto

Ho cercato l’uomo, anzi il paziente

Silenzio

Armiamoci e partiamo

Desiderare e sognare

Essere o non essere (FARMACISTI).

Avanti tutta, anzi indietro

Ma io chi sono?