Se la farmacia è donna. Farmacisti punto e a capo – A cura della dottoressa Bianca Peretti

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Dobbiamo assolutamente creare il gruppo dei farmacisti insonni.
Sono nel pieno di una delle mie crisi insonnia-ansia-preoccupazione-eccitazione-terrore.
I laboratori sono a buon punto: praticamente mancano solo le porte e i mobili. Sono bellissimi. Perlomeno, a me sembrano bellissimi.
Alla sera, dopo che tutti sono andati via, mi fermo a guardare attentamente ogni progresso, ogni passo avanti fatto in giornata. Controllo le saldature del linoleum, la simmetria delle plafoniere, la gradevolezza dei colori scelti con tanta cura: lo so che mi dovrebbe interessare solo la loro praticità e l’efficienza, ma non finisco mai di stupirmi per come siano anche belli ed eleganti. Pieni di luce, vorrei che diventassero un posto piacevole dove lavorare.
Durante la settimana, parlando con due persone diverse, siamo giunti in entrami i casi alla conclusione che fare il farmacista è un lavoro essenzialmente femminile. Lo è per il senso di accudimento che richiede, per quella speciale predisposizione che hanno in particolare modo le donne di prendersi cura delle persone. Non è solo una questione di pazienza o di cortesia: è una forma, mi azzardo a dire innata, di dedizione che appartiene in modo preponderante alla femminilità.
Per una donna, in ambito lavorativo, due cose sono importanti: l’organizzazione e l’ambiente. Da sempre siamo chiamate alla gestione della casa e della famiglia: per quanto impegnate in una professione, con giornate in perenne equilibrio fra decine di impegni e responsabilità  diversi, la sfera privata e la famiglia rimangono il nostro pensiero predominante. Lavorare in modo pianificato, strutturato e programmato ci aiuta offrendoci una maggior tranquillità; l’ambiente gradevole diventa un luogo da amare, non più una prigione dalla quale evadere, ma una seconda casa confortevole e sicura.
Me ne sono accorta per caso: nel momento che ho preso coraggio e ho dato inizio ai lavori in farmacia, diventava impellente che anche la mia casa diventasse più mia. Piano piano ho cominciato a notare tutte quelle piccole cose che non mi piacevano, quei dettagli che per fretta o pigrizia mal sopportavo da molti anni: decidevo l’illuminazione dei laboratori e cambiavo un lampadario in salotto. Sceglievo i colori di pavimento e pareti e sostituivo le fodere dei divani. Il bagno, poi, è stato l’apoteosi: l’ho voluto tutto di vetro e acciaio. Due beute, un cilindro graduato e un bagnomaria non sarebbero fuori posto. Anzi, mi è appena venuta un’idea: perché non usare un becher per gli spazzolini da denti? Sarebbe perfetto, si intonerebbe a meraviglia.
Ho bisogno di armonia e continuità: devo spostarmi da un luogo all’altro senza strappi, devo sentire che io e tutto quello che mi circonda abbiamo raggiunto un certo equilibrio.
Ieri mia figlia mi ha chiesto se le potevo prestare un barattolo da mezzo chilo. Non ho pensato a chiederle per che cosa le servisse, mi sono preoccupata solo se dovesse essere graduato e di volume noto. Pare che la mia reazione, ancora una volta, abbia sconcertato i suoi amici: queste non sono le domande che fa una mamma normale. Avete ragione, portate tanta pazienza, ma una mamma farmacista, certe volte, è una mamma un po’ speciale.

Uomini vs donne

Il tarlo del dubbio

Sono viva ed esisto

Ho cercato l’uomo, anzi il paziente

Silenzio

Armiamoci e partiamo

Desiderare e sognare

Essere o non essere (FARMACISTI).

Avanti tutta, anzi indietro

Ma io chi sono?