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Ho una terrazza con un tavolo, quattro sedie e un ombrellone.
Detto così, può sembrare una colossale sciocchezza, ma è una delle cose più belle che sono riuscita a realizzare.
Ad essere proprio fiscali, la terrazza esiste da più di quindici anni: è bella, spaziosa, guarda sul giardino che in questa stagione è una gioia per gli occhi, verde brillante, il ciliegio e la forsizia fioriti, il cedro del Libano più rigoglioso che mai. La novità è data dalla porta della cucina che si apre facilmente e dai mobili (niente di lussuoso, semplice plastica bianca, pratici e gradevoli) che rendono il tutto molto comodo e accogliente.
Fa parte delle cose che ho desiderato per tanto tempo, non sognate, perché si sogna ciò che è impossibile da realizzare, ma desiderate tanto, questo sì. Perché non l’ho fatto prima? Perché sostituire il portoncino con un oggetto più pratico ed efficiente sembrava uno spreco  (è ancora buono, perché lo vuoi cambiare? E poi, cosa ci vuoi fare lì fuori? Hai tutta una casa a disposizione, proprio lì ti vuoi mettere?). Mi sono sempre tirata indietro, ho lasciato perdere, evitiamo le discussioni inutili, tanto alla fine non cambia niente, aumentano i musi lunghi e i malumori.
Molto probabilmente, semplicemente, non lo desideravo abbastanza.
Poi, un giorno, dovendo sostituire le finestre dopo sessant’anni di onorato servizio, i vetri quasi completamente opachi e spifferi un po’ dovunque, mi sono buttata: fatto trenta faccian trentuno e cambiamo anche le porte esterne. È stata una rivelazione. Bellissima.
Soprattutto è stato sorprendente scoprire che, certe volte, basterebbe solo un po’ di determinazione in più, un po’ più di coraggio, per ottenere qualcosa che ti potrebbe fare veramente felice.
Ma, poi, è veramente così?
Piuttosto, il problema non è capire che cosa si desidera veramente?
Mi torna spesso in mente un episodio: tempo fa mi scrisse una collega raccontandomi di essere stata convinta dalla famiglia a fare la farmacista con la promessa di guadagnare molto lavorando il meno possibile,  così da aver modo di coltivare i suoi veri interessi, le lingue straniere e la corsa. Al contrario, mi accusava stizzita,  io continuavo a proporre sempre nuove attività, sempre meno retribuite, sempre più impegnative, e a lei, in questo modo, non sarebbe rimasto più tempo, né energia, né soldi per  seguire  le sue più profonde aspirazioni. Ricordo  la sofferenza, l’infelicità, la frustrazione che traspariva dalle sue parole, appena velate da un’aggressività così fragile, da un’illogicità così  disarmante da non offrire argomenti per replicare.
Si può accettare di vivere in questo modo? Ne vale la pena? Può l’infelicità raggiungere un tale livello di intensità da divenire essa stessa contemporaneamente causa ed effetto di tanta desolazione?Cosa innesca un corto circuito così devastante?
Sempre più spesso sento farmacisti amareggiati dichiararsi pentiti delle scelte fatte, della professione intrapresa, di come è diventato il mondo e la vita.
Alla base di tanto malessere mi sembra ci sia un generale senso di delusione, di promesse tradite, quasi  l’idea di una vita facile ricca e felice, sentita come un diritto acquisito, sia  insita nel concetto di discendenza di una nobile stirpe, come il colore degli occhi o la forma del naso. Ma non si può ereditare la fama e la fortuna, al massimo si può ricevere un vantaggio iniziale, un’ambigua opportunità tutta da definire e da sviluppare, una spinta iniziale che offre uguali possibilità di raggiungere le stelle o i gli abissi più profondi.
Ha senso rovinarsi la vita perché si è nati bruni piuttosto che biondi, predisposti alle lingue o al bricolage, col senso degli affari o portati alla speculazione filosofica?
Che cosa volevamo diventare e che cosa siamo ora?
Forse, se prendo le due immagini, quello che volevo essere e quello che sono diventata, se le confronto, le osservo e le studio, le guardo attentamente, le metto vicine e insieme mi piacciono, non noto stridori o aperti contrasti, allora forse ho raggiunto un un qualche obiettivo che si avvicina ad un’idea di equilibrio compiuto, di pace, una forma leggera di serenità.

Essere o non essere (FARMACISTI).

Avanti tutta, anzi indietro

Ma io chi sono?