Essere o non essere (FARMACISTI). Farmacisti punto e a capo – A cura della dottoressa Bianca Peretti

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Ci sono dei momenti in cui la testa mi gioca strani scherzi. Non importa quante cosa abbia da fare, quanti impegni debba portare a termine, quale ritardo abissale stia accumulando, all’improvviso, senza alcun preavviso, mollo tutto e perdo intere giornate a fare cose in quel momento del tutto inutili e fuori luogo, come leggere un libro, mettermi a fare le pulizie di fino o (tragedia delle tragedie) riordinare cassetti e scrivanie. Quest’ultimo caso è il più drammatico perché dopo il raptus, nei secoli a venire, non troverò assolutamente più niente: per giorni e giorni vagherò per la casa alla ricerca affannosa, che diventerà  via via sempre più spasmodica, di tutto quello che ho messo via così bene da perderlo irrimediabilmente.
L’ultima crisi (non gravissima: la casa e la famiglia sono sopravvissuti) mi ha preso a Pasqua: me ne sono stata due giorni sul divano, a divorare un romanzo che non so neppure se mi è piaciuto, incapace di fare una cosa qualunque che avesse un senso o un’utilità. Leggevo e me la prendevo con il libro, cercavo di reagire e continuavo a leggere. Risultato: non ho fatto niente di niente, non ne vado particolarmente fiera, ma questo ho fatto.
Poi sono stata richiamata all’ordine: è un po’ che non scrivi, non hai completato il progetto su cui stavi lavorando, quando mi mandi il nuovo lavoro?
E se scappassi sulla famosa isola deserta e non tornassi mai più?
Per questa volta rimango e mi rimetto a fare qualcosa.
Più che altro perché ho un sacco di domande che cercano una risposta e non mi va di arrendermi così facilmente e rimanere con la curiosità.
Cominciamo con il solito quesito angosciante: chi è il farmacista? Che cosa fa? A chi e a cosa serve?
Vediamo un po’: spiego a lungo e con pazienza ad un cliente che la sua (presunta) tracheite potrebbe avere natura virale e che per avere un antibiotico sarebbe importante che il suo medico prima lo visitasse e facesse una diagnosi. Con aria perplessa,  mi porge una prescrizione  redatta quattro mesi prima dal dentista a sua moglie per un ascesso: adesso lo posso avere? Non è quello con cui mi trovo meglio (?!?), ma se proprio vuole una ricetta……
Capitolo “generici”, pardon “equivalenti”: esattamente equivalenti a cosa? Non è che prima della loro entrata in commercio ci fosse solo una marca per ogni molecola. Ce  lo siamo dimenticato? Forse l’equivalenza sta tutta nel nome e nel colore della scatoletta, perché del contenuto sembra importare poco o nulla a nessuno. Ma tutti, e sottolineo tutti, hanno dottissime opinioni in merito: funzionano, mia nonna li prende e non è ancora morta; non funzionano,  la sorella della mia amica è stata malissimo perché è un’ allergica e in quell’antibiotico, pensa, ci hanno messo il talco, che, si sa, è cancerogeno. Non prendo  l’antiipertensivo tutti i giorni, tanto, lo sanno tutti, che è taroccato/cinese/fasullo, due o tre volte alla settimana va bene, quando ne sento il bisogno, tanto non mi fa niente, ho sempre la pressione alta/bassa/tutto un su e giù: e poi volete sapere cosa ho scoperto? Se me la provo al polso, alzando o abbassando il braccio, cambia: adesso la pressione me la provo da solo,  per benino, e decido io cosa prendere, che con tutte queste medicine di seconda mano non ci si capisce più niente…
E io, farmacista, che cosa dovrei fare esattamente? Li consiglio (sicuramente ci guadagna di più, altrimenti non si capirebbe perché me li consiglia quando il medico mi ha detto chiaramente che per me, che sono un caso così delicato, è molto meglio il farmaco vero, e lui sì che lo sa, e poi non li vende mica per cui ha sicuramente ragione lui), non li consiglio (ma come si fa ad andare avanti solo con la pensione? Il farmacista non lo sa che non arrivo a fine mese? Pensa che siano tutti ricconi come lui?), li propongo con prudenza (ma che domande mi fa? Non me lo aveva mai chiesto nessuno: che cosa si inventa questa adesso?), li offro con decisione (ma che, mi vuole avvelenare? Non sono mica le mie scatolette, queste. Qui non ci metterò più piede perché questa vuole la mia morte: e se invece di me, che me ne intendo, ci fosse una povera persona anziana che magari ci vede poco? Via, via)
E io che pensavo di dovermi preoccupare che il mio cliente ricevesse, innanzitutto, il farmaco di cui ha realmente bisogno, inoltre il più adatto lui, facilmente secabile se deve prenderne metà, con compresse piccoline se ha difficoltà nella deglutizione, senza lattosio se è intollerante: mi sembrava, ma avevo sicuramente capito male, che nella catena sanitaria ognuno dovesse avere  un ruolo ben preciso e si dovesse occupare di quello che conosce meglio, senza pestare i piedi agli altri, ma collaborando tutti insieme nell’interesse del paziente.
Ah, ecco, non mi ero sbagliata completamente, dovevo solo mettere meglio a fuoco il mio ruolo: sono chiamata a controllare che le ricette siano redatte in modo impeccabile perché, mi hanno spiegato, non è importante il medicinale o il dosaggio: la cosa veramente importante, quella che fa la differenza per la salute del paziente è la presenza scritta della nota (per i non addetti ai lavori: la conferma che il farmaco sia realmente prescritto per una malattia che dà diritto alla rimborsabilità da parte del SSN), nonché di tutte quelle annotazioni, assolutamente private, che, per motivi del tutto misteriosi, dovrebbero pubblicamente confermare non solo la volontà del medico, ma anche la sua competenza e scrupolosità.
Sicuramente, ancora una volta, mi sono persa qualche passaggio fondamentale: beh, mettiamola in questo modo, ho ancora un sacco di motivi per non ritirarmi sull’isola deserta a meditare sull’immortalità dell’anima (argomento sempre attuale, stimolante e sicuramente foriero di  maggiori soddisfazioni).

Avanti tutta, anzi indietro

Ma io chi sono?