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Mi hanno fatto notare che il mio profilo su questo blog è desolatamente spoglio. Che potrei dire qualcosa di più su di me. Che molti (?!?) vorrebbero conoscermi meglio.
Panico.
Che cosa dovrei dire?
E, soprattutto, domanda mille volte più angosciante, io chi sono?
Che cosa ho fatto fino adesso che potrebbe interessare a chicchessia?
E, domanda delle domande, il valore di un pensiero cambia se chi lo esprime è un premio Nobel, una persona famosa o la classica casalinga di Voghera? Se posso vantare un’ampia scelta di certificazioni  universitarie o nascondo una cultura raffazzonata e superficiale? Se nel tempo libero mi dedico all’uncinetto e al piccolo punto o alla nobile arte dell’ikebana e alla meditazione trascendentale?
Non dovrebbero essere gli altri a riconoscere in me le qualità che mi appartengono senza che io mi debba celare dietro titoli importanti quanto spesso inconsistenti?
Questione interessante che può avere risvolti molto vasti e insospettati.
Un cliente, due giorni fa, mi ha chiesto se è proprio obbligatorio che i farmacisti indossino il camice bianco. Certo, naturalmente. E devono mettere una spilla particolare, il caduceo, che ne attesti l’iscrizione all’ordine. Chi entra in farmacia deve capire subito chi è farmacista e chi no, perché i farmaci debbono essere dispensati esclusivamente da un farmacista.
Tutto giusto.
Però ho una curiosità: sono sufficienti camice bianco e caduceo a rivelare il farmacista? Non si dovrebbe capire subito, alle prime parole, chi lo è e chi no? Detto in altro modo: se un farmacista, per uno di quegli accidenti banali che costellano le migliori giornata, si trovasse dietro il banco privato dei suoi segni distintivi verrebbe riconosciuto sempre e comunque come tale? E quando risponde al telefono, l’interlocutore si rende sempre conto con chi sta parlando? E su internet? E sul vituperato Facebook, palestra di tante risse, discussioni, confronti?
Da sempre ho con il caduceo una serie di conti in sospeso, probabilmente a causa del fatto che spesso e volentieri finisce in lavatrice con il camice. È tutto rattoppato, tenuto insieme più sulla fiducia  che dalla sostanza, reduce glorioso della lotta quotidiana contro la fretta e gli incidenti di percorso.
E del camice, vogliamo parlarne?Appena laureata lo detestavo, mi sembrava una camicia di forza che mi impediva persino di pensare. Poi un’amica mi rivelò un grande segreto: al mattino non serve perdere tempo a vestirsi in modo ricercato, puoi metterti anche una tuta da ginnastica, infili il camice, lo chiudi e sei subito perfetta. Mi sembrò una cosa meravigliosa: giovane mamma, sempre  con i secondi contati, perennemente in affanno tra mille pressanti incombenze, era la soluzione ideale per sveltire i tempi ipercritici del mattino. Ci rinconciliammo , e da allora viviamo insieme felici e contenti.
Ricordo mia madre: sempre perfetta, il camice immacolato, lasciava intravedere il filo di perle, discreto, in armonia con gli orecchini, piccoli e preziosi. Una vera signora d’altri tempi, dall’aspetto curato e autorevole, mai un capello fuori posto, mai un dettaglio sopra le righe.
Mi guardava, sconsolata, cambiare tre camici al giorno, le tasche sformate piene di tutto quello che non avevo ancora perso in giro per la farmacia, qualche macchia che neppure la candeggina più concentrata era riuscita ad eliminare, per non parlare di qualche buchetto: riuscirai mai a diventare una farmacista come si deve? Le persone ti guardano e capiscono subito che sei una scombinata…..non riuscirai mai ad essere una professionista credibile e a farti rispettare.
Penso che avesse ragione: anche se l’età mi ha costretto ad una maggiore attenzione per il mio aspetto fisico continuo ad avere un’aria stralunata e sciroccata, abiti comodi e scarpe sgraziate, capelli elettrici e sparati. Se poi sono diventata una professionista competente non lo so; posso solo dire che ci provo, ogni giorno, mi sforzo, mi impegno, come si diceva una volta, mi applico.
Ma nella  vita non bastano le dichiarazioni di intenti: il giudizio spetta agli altri; nolenti o volenti, è sempre ai posteri (e ai contemporanei) l’ardua sentenza.
Per la cronaca: sono l’orgogliosissima umana di sei gatti meravigliosi (modestia a parte, sono le più belle creature che si siano mai viste, e  anche le più simpatiche); ho  una passione malsana per i fiori e mi cimento nella coltivazione delle orchidee (a me Nero Wolfe mi fa un baffo!); faccio solo vacanze a piedi (con zaino a spalle, scarponi e tutto il resto) e sono visceralmente attratta (ma mi ci oppongo con tutte le mie forze perché mi fanno perdere troppo tempo) da rebus, cruciverba e parole crociate; in compenso, sono incuriosita da tutti i giochi in generale, ma, pur conoscendone i più intimi meccanismi, non riesco a farmi coinvolgere e  non ci so partecipare, nonostante il reiterato intervento dei miei figli. Odio il sudoku, il sushi e, se posso, evito la carne in genere (non per motivi ideologici: non mi piace proprio).
Non mi viene in mente altro: ho detto tutto di me, quello che conta, almeno.
Non so se ne uscirà un profilo rispettabile.

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