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“L’uomo conosce una sola forma di lealtà: quella nei confronti del proprio concetto di rettitudine”. Ho sempre amato questa frase (Gottlob Frege, Logica matematica: il secondo libro che salverei dal naufragio e mi porterei nell’isola deserta) anche se forse non ne ho mai veramente compreso la reale portata.
Ognuno di noi ha una sua idea di che cosa sia giusto o sbagliato e questa idea è ciò che lo guida nella sua vita e nelle sue scelte: possiamo cambiare opinione, possiamo adattarci a situazioni diverse, ma saremo sempre dominati dalla nostra più personale e profonda dimensione etica, quella con cui siamo cresciuti e ci ha forgiato come individui adulti e responsabili.
Sinceramente detesto parlare di queste cose: ritengo la morale un ambito talmente intimo e opinabile che mi riesce veramente molto difficile avventurarmi su sentieri tanto impervi. Preferisco muovermi sul terreno più solido e sicuro dell’ambito professionale o delle convenienze sociali.
Ciò non toglie che ci siano delle circostanze in cui stabilire i confini fra piani diversi sia una fatica improba.  E poi non riesco ad evitare di analizzare sempre tutto, cose persone circostanze, perché continuo a credere che conoscenza e comprensione siano i veri motori dell’evoluzione.
Prendiamo i due incidenti che hanno caratterizzato la settimana: niente di particolare, due scene sgradevoli causate dal non aver voluto dispensare un farmaco etico senza ricetta medica. Tuttavia, non si può negare che abbiano causato un certo turbamento in tutte noi, anche se per motivi diversi. Ho cercato di rifletterci con calma, a bocce ferme, come si suol dire, e sono giunta alla seguente conclusione: in realtà, ciò che ci ha creato il maggior disagio è stato il tacito senso di disprezzo che tali atteggiamenti hanno rivelato, in particolare modo perché presenti in persone che non davano modo di sospettare tali pensieri.
Mi spiego meglio: quando sono dietro al banco, sono una professionista nell’esercizio delle sue funzioni. Per quanto riguarda il farmaco sono la massima autorità presente perché questo è il mio ambito di competenza, questo è  il mio ruolo ed il lavoro che sono stata abilitata a fare. Mi dispiace e non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma tra una segretaria di un medico, un’infermiera o un parente di medico non meglio identificato, l’unica voce che conta è la mia. Perché questa autorità me la sono guadagnata, prima con una laurea, poi con un’abilitazione ed infine con l’impegno costante nell’aggiornamento. E se permetto a qualcuno di non riconoscere questo, per prima cosa svilisco me stessa e tutto quello che faccio.
Gli altri ti trattano come tu permetti loro di trattarti. Non ci sono scuse né alibi: se non ti rispettano, sei tu che non sei capace di esigere rispetto. E se non rispettano i tuoi collaboratori, di fatto non rispettano neppure te. Perché delle due, l’una: o non sei una buona guida, e allora il rispetto non lo meriti, oppure attraverso di loro stanno disprezzando il tuo operato. E questo non lo puoi permettere. Per loro, ma soprattutto per te e per la tua credibilità.
Ci muoviamo sempre nell’interesse del paziente, che merita, quando ne ha bisogno, dell’attenzione di un medico, di indicazioni scritte, chiare e facilmente consultabili. Anche quando si tratta di protocolli standard, è necessario che vengano valutate possibili controindicazioni o allergie o interferenze con terapie in atto. Le persone non sono numeri, ma individui, e dobbiamo loro attenzione, cura, rispetto.
E se sorgono delle incomprensioni, pazienza: se fosse un mestiere facile, tutti farebbero i farmacisti, amici, parenti e vicini di casa compresi.

Elogio al caos