Farmacisti punto e a capo: l’arte del comando. A cura della dottoressa Bianca Peretti

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Vorrei dire subito una cosa: comandare non solo non è facile, ma in genere comporta una posizione piuttosto scomoda.
Innanzitutto, in ogni organizzazione è indispensabile che ci sia un capo: mi rendo conto che per i collaboratori questo non è sempre agevole da digerire. Ma senza un responsabile che organizzi, regoli e disciplini il lavoro non c’è speranza di ottenere qualche risultato. L’umanità in tutta la sua storia ha fatto innumerevoli tentativi di sopprimere le gerarchie, ma sono tutti miseramente falliti.
Certo, bisogna intendersi sul concetto di comando: il potere è indissolubilmente legato all’idea di responsabilità, e questa lo rende decisamente più problematico.
Bisogna anche aggiungere che non sempre l’attitudine al comando è innata e non si eredita: innato è in una certa misura il carisma personale, il ruolo si può ereditare, ma la realizzazione è il frutto dell’impegno costante e di tanto lavoro. Una volta ho visto un’immagine che mi ha molto colpito: da una parte c’era una ballerina nello splendore della sua armonia e leggerezza e dall’altra i suoi piedi nudi deformi e piagati. Siamo disposti a riconoscere la fatica dietro il successo di artisti ed atleti: per altri ruoli preferiamo vederci solo la fortuna e il privilegio. Fortuna e privilegio possono offrire l’opportunità iniziale, come un fisico dotato o una predisposizione naturale. Poi, è tutto volontà e determinazione.
Bisogna sapere dove si vuole andare, su quali forze si può contare e quali regole si debbono rispettare. Ancora una volta niente sconti o scorciatoie: se non so che cosa voglio conquistare, come è composto il mio esercito e come voglio ottenere la vittoria, combatto a caso e spreco energie e risorse. Oltre a creare malumore e confusione.
Prendiamo, ad esempio, la questione delle regole: che piaccia o no, la società civile non può fare a meno di regole chiare, semplici ed equilibrate. Anzi, a dire il vero, ogni agglomerato di esseri viventi, ha le sue regole: più o meno complesse, più o meno elaborate, più o meno eque, ma sempre indispensabili. Rispondono all’esigenza suprema della sopravvivenza, se non come individualità, almeno come collettività. Non si ottiene maggior consenso dalla loro mancata applicazione: un genitore che rinuncia ad essere normativo non cresce dei figli più affezionati, ma solo più confusi e insicuri.
Il segreto sta in due aggettivi: equilibrate e condivise. Non credo servano altre parole.

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