Epatite C: ottimi risultati da daclatasvir per EMA ed FDA

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fegato_1_85561Combattere l’epatite C con un trattamento anti-virus efficace, dal basso costo e soprattutto flessibile, quindi adattabile a a regimi di terapia multipli senza che quest ultimo si riveli compromettente per il quadro clinico dei soggetti sottoposti alla sua azione, il tutto, con ovvie deduzioni, migliorando la qualità di vita dei pazienti, troppo spesso intrappolati in un turbine di effetti collaterali e sintomi diretti della patologia che rende complesso, sotto il profilo psicologico, il superamento della patologia.

Un futuro simile potrebbe ben presto spalancarsi dopo le recenti approvazioni giunte dall’EMA e dall’FDA nei confronti dell’inibitore sperimentale del complesso NS5A, meglio noto come daclatasvir, farmaco indicato per il trattamento di soggetti adulti affetti da epatite C cronica e compensata, realizzato da Bristol-Myers Squibb. Lo sviluppo di daclatasvir è avvenuto grazie ad una serie di studi, l’ultimo condotto su di un target di 5.500 persone, monitorate per valutarne l’azione in funzione di altre terapie antivirali, suscitando ottime impressioni con dati che fanno ben sperare per il futuro ed aprono a nuovi orizzonti applicativi nell’ambito terapeutico.

Attualmente, per il trattamento dell’epatite C che interessa circa 1 milione di persone soltanto in Italia, esistono particolari schemi terapeutici a base d‘interferon alfa e ribavirina, alternati in utilizzo singolo oppure in coppia con altre classi farmacologiche, i cui risultati non sembrano, almeno per adesso, poter esser paragonati a quelli registrati nei primi trial da daclatasvir, che ha conseguito l’autorizzazione di revisione regolatoria accelerata dall’EMA e la Breakthrough Therapy Designation, prima al regime sperimentale tutto orale 3DAA di Bristol-Myers Squibb (daclatasvir/asunaprevir/BMS-791325) e recentemente al regime sperimentale DCV Dual di Bristol-Myers Squibb (daclatasvir e asunaprevir) dall’FDA.

L’epatite C rappresenta un’infezione cronica il cui ritardo nella diagnosi e nel trattamento può indurre a cirrosi epatica, con percentuali che oscillano tra il 20 ed il 25 %, evolvendo, in casi di complicanze ulteriori, in un insufficienza epatica o persino nel cancro-cirrosi, aspetti per i quali si sta puntando molto, almeno nella comunità scientifica, sulla ricerca di nuovi approcci terapeutici, da parte della comunità scientifica internazionale, finanziando ricerca e giovani ricercatori con progetti come il “Partnering for Cure”, che il prossimo 8 Aprile giungerà alla sua seconda edizione.