Lettera di Venanzio Gizzi (A.S.SO.FARM.) ai Sindaci italiani

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Venanzio GizziEgr. Sig. Sindaco,

del dibattito odierno che coinvolge diverse Amministrazioni Comunali in tutta Italia riguardo la dismissione delle proprie Farmacie Comunali, ciò che deve preoccupare non è la dimensione numerica di tale fenomeno, quanto i contenuti del dibattito che accompagnano tali tentativi. 

È infatti noto che la maggior parte delle aste di vendita vadano deserte, a meno che gli Enti proprietari non optino per una marcata svendita di un patrimonio costruito negli anni con ingenti investimenti di risorse pubbliche.

A.S.SO.FARM. comprende appieno le difficoltà degli Amministratori Locali, quotidianamente stretti tra drammatici e crescenti bisogni di welfare essenziale e una progressiva riduzione delle risorse a loro disposizione.

Il fatto che oggi l’idea di vendere le Farmacie Comunali sia dettata da esigenze di cassa, e non da posizioni ideologiche, è dimostrata dal fatto che tale volontà interessa giunte comunali di ogni colore politico.

Esigenze di cassa che, lo ripetiamo da anni, raramente vengono soddisfatte dalla vendita delle Farmacie Comunali. Oggi il valore di mercato di una Farmacia è ai minimi storici e in larga parte determinato dalla loro bassissima redditività. 

Questo è sicuramente noto alla maggior parte dei Sindaci, Giunte e Consigli Comunali, che ogni anno ascoltano le relazioni di bilancio degli Amministratori delle aziende farmaceutiche dei loro Comuni.

Non siamo però sicuri che chi ha una qualche responsabilità nella proprietà delle Farmacie comunali conosca nel dettaglio le ragioni del crollo della redditività di uno strumento che fino a pochi anni fa occupava un ruolo d’onore nei bilanci comunali.

Gli ultimi governi succedutisi alla guida del Paese hanno spesso usato le Farmacie, pubbliche e private, come vero e proprio salvadanaio utile a ripianare i disavanzi causati da una spesa ospedaliera fuori controllo: riduzioni insostenibili dei margini per farmaci convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, provvedimenti restrittivi riguardanti la dispensazione di farmaci innovativi, tentativi malriusciti di coprire il calo di trasferimenti agli Enti Locali con la vendita forzosa delle Farmacie Comunali.

Questo breve approfondimento dimostra che oggi le Farmacie Comunali non “rendono” più come in passato non per il venir meno di un loro ruolo sanitario locale, né per errori di gestione da parte di chi le amministra, ma per via di scelte profondamente discutibili da parte dello Stato.

Scelte che peraltro hanno ricevuto contestazioni formali da più parti. Di recente l’Avvocatura Generale della Corte di Giustizia UE ha consigliato il mantenimento dell’esclusività della distribuzione dei farmaci con ricetta alle Farmacie, ribadendo così un ruolo specifico per le farmacie nel più ampio Servizio Sanitario Nazionale. E ancora più recentemente la Corte di Conti delle Marche ha escluso l’obbligo di dismissione delle Farmacie Comunali, in quanto non rientranti nei servizi pubblici locali contenibili dal mercato ma come soggetti che garantiscono un più universale diritto alla salute dei cittadini.

Quindi, mentre da più parti arrivano segnali di considerazione per la farmacia, in seno a molti comuni sembra resistere un atteggiamento miope.

Se però i tanti tentativi di vendita delle farmacie comunali non hanno avuto esiti o hanno prodotto entrate sensibilmente più basse delle aspettative, ciò deve spingere a cambiare prospettiva.

Oggi si deve credere nelle Farmacie Comunali. Gli spazi per un rilancio ci sono.
Primo fra tutti quanto contenuto nel famoso Cresci Italia, provvedimento certo non generoso nei confronti delle farmacie pubbliche, ma che offre la possibilità di nuove aperture in alcuni spazi geografici di grande interesse, come stazioni ferroviarie, aeroporti, porti, aree di soste autostradali, centri commerciali. Si tratta di occasioni che certo debbono essere studiate con grande attenzione, ma che in larga parte sono coerenti con i trend di mutamento della vita urbana dei cittadini.

In secondo luogo, il grande processo in atto di riforma della farmacia italiana, che la trasformerà sempre più in luogo di dispensazione di servizi sanitari integrati con ospedali, medici di base e specialisti, offre grandi potenzialità di ripresa economica per le farmacie.

Rinunciare a nuove aperture strategiche, o peggio ancora vendere oggi agli attuali prezzi di mercato, significa precludersi interessanti opportunità economiche future e privare i propri concittadini di un servizio che rimane tra i più apprezzati nel panorama della sanità italiana.
Un servizio, una presenza cittadina, che certo ha generato importanti entrate per le casse comunali, ma che è molto di più.

Nel corso della loro storia, le Farmacie Comunali si sono insediate in aree geografiche poco appetibili dal punto di vista commerciale. Ma proprio per questo hanno adempiuto appieno al loro ruolo di presidio sanitario di prossimità verso tutta la cittadinanza.

Il loro sostegno economico non è mai mancato ad innumerevoli iniziative di solidarietà nate nei territori in cui operano.

Le singole aziende farmaceutiche comunali, e la loro rete nazionale rappresentata da A.S.SO.FARM., realizzano ogni anno importanti campagne sanitarie di prevenzione e informazione, sperimentano nuovi progetti sanitari, innovano come pochi altri soggetti del nostro Paese.

È anche per tutte queste ragioni che è sbagliato vendere le Farmacie Comunali. Non solo perché ci sono buone possibilità che in futuro i loro bilanci tornino a generare entrate per i Comuni, ma anche perché già oggi assolvono a importanti compiti sociali e sanitari nelle vostre comunità locali.

Distinti saluti.

Venanzio Gizzi
Presidente A.S.SO.FARM.